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Erika Lust: "Solo gigi sa dov'è il punto G"

È il giocattolo più richiesto. la regista porno spagnola Erika Lust non ha dubbi: “Un bicchiere di tocai, un sex toy e ciao maschi”

Erika Lust: Solo gigi sa dov'è il punto G

La frontiera estrema del femminismo è di colore azzurro e ha un nome maschile: «Gigi rivela l’ebbrezza dell’elusivo punto G».
Gigi è esposto in una raffinata vetrina, in mezzo ad altri “compagni” meno venduti. Vicolo della Cancelleria numero 9. La stradina si scorge appena da Corso Vittorio Emanuele, nel centro di Roma. Tiziana Russo e Alessandra Pucci sono le proprietarie di ZouZou.
Dice Russo: «Per carità, non lo chiami sexy shop che mi arrabbio. Siamo una boutique erotica». Per donne. Gigi è il vibratore più richiesto dalle clienti di ZouZou, comprese le ultrasettantenni.
È un elegante oggetto di design di marca svedese e ha pure il caricabatteria. Poi, spiegano le due donne, c’è il vecchio caro Little gold. Un classico. La forma ricorda l’astuccio metallico dei sigari: «Prezioso, silenzioso e impermeabile. L’intensità della sua vibrazione assicura sensazioni profonde e durature». “Little gold” luccica: è rivestito in oro a 24 carati. Da ZouZou, un uomo che entra può essere snobbato come un oggetto superfluo, non necessario. Scrive Erika Lust: «Con un buon bicchiere di tocai, un bel vibratore e un film a luci rosse adeguato, chi ha più bisogno di un fidanzato?».

Erika Lust è nata a Stoccolma e vive a Barcellona. È bionda. Ha trentadue anni. Fa la regista. Il suo ultimo film è intitolato Barcelona Sex Project: sei ritratti intimi, sei interviste personali e sei orgasmi reali. Lust gira porno per il pubblico femminile. È a Roma, da ZouZou, per un dibattito a porte chiuse, che include la presentazione del suo libro: Per lei. Guida al cinema erotico che piace anche alle donne, edizioni Pink Books.

È un workshop per sole donne sul tema: “I porn and you?”. Ride Erika Lust. E dice: «Sono molte le donne a cui piacerebbe vedere del buon cinema esplicito ma che, dopo vari tentativi, sono rimaste deluse. Eppure, quelle di noi che hanno continuato a cercare andando controcorrente sono diventate quelle che definisco “masturbatrici informate”: donne che sanno ciò che cercano e ciò che non vogliono vedere. Sì, c’è un’ottica femminile del porno e noi donne dobbiamo goderne senza sentirci offese».

Roma, 20 novembre. La città è sotto choc per la notizia della morte misteriosa di Brenda, la seconda transessuale del caso Marrazzo, l’ex governatore del Lazio ricattato per un video con un altro viado, Natalì. Lust ascolta il riassunto del giallo. Scuote la testa e interviene: «Devo dire la verità? Al mio pubblico le trans non interessano. La maggioranza delle donne non ha fantasie di questo tipo.
La mia preferita? Due uomini nudi che fanno sesso. Ho scoperto che è un’immagine ricorrente tra le mie amiche».

La pornopolitica italiana, però, offre anche un’altra, importante variante: il Cavaliere e il suo presunto harem di veline ed escort. Stavolta la regista fa una smorfia. Berlusconi non le piace: «Sì, ho letto delle sue avventure. Avete un premier molto maschilista».

E aggiunge: «Io sono di sinistra, una femminista. Sono laureata in Scienze politiche». La conversazione con Lust avviene in uno spazio angusto. Luci soffuse. Alle pareti stampe falliche in bianco e nero e sequenze infinite del Kamasutra. È il camerino di ZouZou, dove le clienti provano articoli di lingerie e anche altro, forse. In alto c’è una minuscola finestra. È per mariti, fidanzati, amanti, semplici accompagnatori. Possono vedere la loro donna mentre si sveste.

La prima pellicola di Erika Lust è del 2007, Cinco historias para ellas. (Cinque storie per lei).

Qual è la differenza con un porno maschile?
Risponde la regista: «Enorme, non c’è paragone. Per voi uomini la trama e la location non contano. Volete andare subito al dunque, all’amplesso. Per noi è diverso. Quando ho visto il mio primo porno provai un senso di eccitazione è vero, ma rimasi delusa. E mi chiesi: “Come lo farei?”. Partendo dalle esperienze sessuali del mio corpo iniziai a immaginare una serie di scene. La differenza è che noi donne vogliamo sentire il desiderio crescere piano piano. Io voglio comunicare innanzitutto il gioco dell’attrazione, dopo viene la parte tecnica, chiamiamola così. Nei miei film, poi, la donna è soggetto non oggetto. Semmai l’oggetto è l’uomo desiderato».

In tutto, le differenze fondamentali tra un porno femminile e uno maschile sono sette. La prima riguarda il sesso orale ed è vietata ai minori di 18 anni che leggono il nostro settimanale.
La seconda è sulle case. Le donne preferiscono una stanza arredata con design moderno alle ville di lusso. E ancora: preferiscono il ragazzo della porta accanto e gli amici a protagonisti mafiosi, spacciatori, militari e spie. Preferiscono la Vespa al jet privato, i vestiti griffati a minigonne e top volgari, il sesso consensuale a una disponibilità senza condizioni.

La teoria è messa in pratica in modo eloquente in un episodio di Cinque storie per lei, basato su una fantasia sfruttatissima del cinema porno: il ragazzo che consegna le pizze a domicilio. Nella versione maschilista, la donna scopre di non avere i soldi in casa per pagare. Il resto è facile da comprendere. Nella declinazione di Lust, invece, la ragazza i soldi ce li ha ed è lei a prendere l’iniziativa.

Il cortometraggio s’intitola Brava ragazza. Espletata la parte tecnica, alla fine i due mangiano insieme la pizza. I film della regista svedese sono sul suo sito: www.erikalust.com.

In Italia, dice, la distribuzione è molto difficile. L’intervista è in dirittura d’arrivo. Venti minuti d’orologio come concordato. C’è un servizio televisivo che attende. Erika parla della sua bambina di due anni e mezzo. La porta del camerino si spalanca.

Un fotografo è all’opera. Un uomo alto, sulla quarantina, che scatta a ripetizione. «Lei è sposata?». «Sì». «E suo marito che cosa pensa del suo lavoro?».
Il fotografo si ferma e abbassa la macchina: «Sono io il marito, mi chiamo Pablo».

Fabrizio D’Esposito 02 Dicembre 2009
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