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Essere o non essere (su Facebook)

Effetti collaterali: claustrofobia e dipendenza. Via per sempre allora. Una scrittrice spiega come si fa a sparire. Con un click.

Essere o non essere (su Facebook)

Sono scappata da Facebook, ho cliccato su “disattiva account” dopo aver visto passare davanti agli occhi i miei contatti più assidui accompagnati dalla scritta struggente “Grazia sentirà la tua mancanza”, “Matteo sentirà la tua mancanza”.
Accade questo quando decidi di lasciare. Vedi la tua vita sociale virtuale che ti passa davanti, sono tutti lì, in una passerella finale di commiato. Potresti commuoverti, cambiare idea. Saresti ridicola. Virtuale, appunto. Vita sociale virtuale. Te lo ripeti e procedi. Sono fuori. Mi mancava l’aria.

Ero intrappolata fra le budella luminose di un luogo che mi stava strettissimo. Persa in un non-tempo. Claustrofobia e dipendenza. Ma cosa mi ha portato a tanto, dopo otto mesi? Per capire occorre un resoconto. Come si fa quando si segue una terapia. Perché la Facebook-dipendenza ha le stesse dinamiche di ogni altra dipendenza. Occorre una presa di coscienza e tenere un diario delle ore passate sul network aiuta. Altrimenti svaniscono, scivolano via come granelli di sabbia fra le dita.

Ecco una giornata tipo. Vi racconto come Facebook in otto mesi ha monopolizzato la mia socialità, ha centrifugato ogni forza e ogni slancio reale, ha riempito ogni crepa, ogni spiraglio della mia giornata ed è riuscito a invadere persino sogni e pensieri. Una FB addict, io.

Mi alzo alle 7,30 e preparo il caffè. Il corpo si muove in automatico, accendo il computer, mi collego a internet, attendo che il caffè sia pronto e mentre si raffredda mi loggo su Facebook. Batticuore. C’è tutto il mio mondo. Sono inserita, ho tanti contatti tutti a portata di click. Quando il caffè è pronto porto la tazza accanto al computer e controllo i messaggi, le richieste di amicizia, quello che è accaduto nelle poche ore in cui sono mancata. Sono mesi che faccio colazione a spizzichi. Un tempo mi sedevo, assaporavo.
Da almeno tre mesi l’urgenza FB me lo impedisce.

Sono le 7,40. Non c’è molto da vedere a quest’ora del mattino, tranne la certezza di incrociare un’amica che si accinge a portare i figli a scuola, mai senza avere prima aggiornato lo status (la risposta alla fatidica domanda “che cosa stai facendo in questo momento?”).
Lo status della mia amica, anche se è mattina e di caffè per rimettere in moto i neuroni ce ne vorrebbero tre, merita sempre un commento, e se non mi viene niente di abbastanza simpatico, schiaccio sul tasto “mi piace”. È una possibilità nuova del network. Una manina stilizzata col pollice alzato e ci si risparmia di cercare le parole adatte. Tutto facilitato, reso fluido. Sono in ritardo con alcuni lavori, ma cosa vuoi che sia, resto poco, poi lavorerò tutta la mattina.

Girovago per i vari profili, osservo le nuove fotogallery. Pian piano i nuovi aggiornamenti mi appaiono in home page. È pieno di persone con i miei stessi tormenti, e che come status infatti mettono: “Pietro lavora”, “Luciana scrive”, “Gaja inizia la traduzione”. Lo facevo anch’io i primi tempi. Autoconvinzione: è a te che parli. Commento il cucciolo di labrador di un contatto nuovo, la figlia adorata di un padre single sempre connesso. Mando un “poke”a Lola (un modo per esprimere vicinanza). Dopo un’ora e mezza mi stacco lasciando però il video aperto.

Le ore volano. Il network è a icona. Procedo a sussulti, sono priva della necessaria concentrazione. Sara mi ha chiamato per chattare. Una pausa è quello che ci vuole. Dieci minuti di chiacchiere e confidenze fra donne. La giornata è andata. Conosco il motivo di questa carenza di attenzione, ho la testa altrove.

La mancanza di Facebook è fisica e mentale insieme. Non è passato molto tempo, ma sono sicura che troverei moltissime notizie nuove, non resisto. Magari qualcuno mi ha “taggato” in una nota: “taggare”, nel gergo del network vuol dire chiamarti a leggere un testo, farti arrivare il messaggio che proprio tu sei chiamato per quello che l’amico, appartenente al tuo gruppo di conoscenze ha scritto. Non è mai cortese evitare di rispondere a una “taggatura”. Si può ricorrere, per semplificare, al sistema di cui parlavo prima, alla manina col dito alzato come il vecchio Fonzie di Happy Days, oppure se, qualcuno ha commentato prima di me e io mi trovo d’accordo, posso limitarmi a scrivere: “Quoto Paolo”.
Quotare, sempre nel linguaggio di FB, significa “sono d’accordo”. Una questione non da poco in un mondo, quello del social network, dove ricevere feedback e consensi, è fondamentale come l’aria che si respira. Dopo poche ore di lavoro distratto, torno su FB.

Ci sono sempre almeno sei o sette richieste di amicizia, l’invito per un evento e il suggerimento di unirsi a un gruppo. È la democrazia, bellezza, quella che livella tutto, che cancella ogni gerarchia, e che permette una quotidiana passerella. Siamo fragili, friabili, mostrarci, “farci vedere” è il collante che ci impedisce di cadere a pezzi in questo nostro contemporaneo incerto, o almeno così crediamo.

Devo uscire: mi pesa, comincia a pesarmi spesso. Mi chiedo cosa esco a fare quando basta collegarsi per avere tutto. Ma tant’è, devo andare. Poche ore dopo sono di ritorno, non mi tolgo neanche la giacca e sono di nuovo davanti al pc.

Gaja scrive: “Buon pomeriggio FB”, e manda cuoricini a tutti. C’è la giovinetta arrivata dalla provincia di Bari all’assalto del nord che mi ha lasciato un saluto in bacheca, non posso privarla di un piccolo riscontro. La chiameremo Samantha. È una di quelle che hanno fallito il provino ad Amici o al Grandefratello. La sua galleria di immagini del profilo è perfetta. Inquadrature sexy e postmoderne. Ce ne sono diverse come lei. Non si sa come, riescono a far parte del gruppo di amici di tutti, dal politico allo scrittore di grido e loro ne hanno duemila, a volte tremila. Riservano a ciascuno, in ordine di importanza, una dedizione che le deve tenere impegnate 24 ore su 24.

Rispondono a tutte le “taggature”, inviano sui profili delle persone “giuste” video che a loro piacciono o un piccolo regalo virtuale come un pupazzetto di cristallo, un seme da piantare, una bottiglia di champagne, un cioccolatino. Di queste applicazioni, sempre sponsorizzate, il network è pieno. Samantha e le altre suonano o cantano o scrivono poesie o ballano o vorrebbero fare le attrici o magari un calendario. Una cosa a scelta, tutte intercambiabili. Basta uscire dalla massa. Avvicinarsi a quella notorietà che spasmodicamente cercano.

Alla fine accade: un giornale del loro paese di origine si interessa e le intervista. Scannerizzano il pezzo e lo mettono sul loro profilo “taggando” gli amici (si può taggare anche per commentare un’immagine). Poi arriva l’intervista su un sito e l’invito d'una tv locale. Non è la fama definitiva ma i passi sono in quella direzione. Evviva Facebook, scorciatoia democratica per il successo. In che cosa non va neanche chiesto. Che importanza può mai avere?

Questa che ho raccontato per sommi capi è stata la mia vita per circa otto mesi. Tralasciando i collegamenti notturni nei periodi di insonnia. Sono rimasta su Facebook da agosto 2008 alla prima settimana di marzo di quest’anno.
All’inizio, lo confesso, mi è sembrato un luogo meraviglioso. Si percepisce la possibilità di un accesso senza limiti. È questo che inebria, aggancia, ubriaca.

È durato qualche mese poi è diventata una trappola. Avevo già notato segnali preoccupanti. Non leggevo più i giornali. Mi sentivo stanca, satura, ingolfata. Ero distratta con le persone attorno, quelle vere (“scusa, sono su Facebook, mando un messaggio e arrivo”) e scambiavo parole impegnative (“non è un rapporto virtuale, ti voglio bene davvero”, “ciao tesorina, buona giornata”, “mi sei mancato ieri”) con quelle dietro lo schermo rendendomi conto che erano, alla fine, solo .parte di una liturgia di cortesie obbligate Parole vuote.

Quando ci sei dentro sembra tutto terribilmente importante. Se riesci a trovare la forza per uscirne, svanisce tutto. Non è facile. Una sera volevo solo rispondere a un paio di messaggi e ci ho passato 4 ore e mezzo: vera “addiction”. Da terminare. Inoltre non ho mai smesso di pensare alla quantità di informazioni (per non parlare dei contenuti), che, ogni giorno, fornivo alla proprietà di FB, a disposizione di chiunque per lavorare sulla pubblicità mirata.

E ci sono i falsi profili, che minano quell'avvolgente idea di onnipotenza che ti invischia nel network soprattutto all’inizio. Frequentissimi, ti illudono di essere amico di tanti. In realtà si è soli in un angolo della casa, rattrappiti e illusoriamente connessi.

Andarsene
diventa un imperativo. Fuggire da FB prima di sentire che tutto si annulla in una sensazione di onnipotenza- impotenza che limando ogni gerarchia e ogni distanza, apre le porte a una vita vissuta dentro un tempo-non tempo lontanissimo e diverso dal tempo della vita. Una bolla.

Andarsene anche perché, quando ci sono tutti in un posto, non esserci è veramente snob. Ce l’ho fatta.

Francesca Mazzuccato
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