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Intervista

Marina Cicogna: "Sul set della mia vita"

Le mille foto dei suoi amori. L'intervista di A

Marina Cicogna: Sul set della mia vita

Lui Tarzan, lei Marina. Lui Lex Barker, lei donna Marina Cicogna Volpi di Misurata. Coppia improbabile. Eppure, sì, per una breve stagione, a Cortina si disse persino che fossero “fidanzati”. Lex reduce dal divorzio da Lana Turner, Marina affittuaria di una casa a Cortina. Con lei i compagni di allegria Brando Brandolini d’Adda, la moglie Cristiana Agnelli e David Somerset duca di Beaufort. Poi, alla comitiva, si aggiunge Gianni Agnelli.

Le storie legate alla vita e alle avventure di Marina Cicogna - una famiglia del profondo patriziato veneziano, persino un antenato doge costruttore del ponte di Rialto - sono tutte così: piene di grandi nomi e di affascinante quotidianità. Storie che oggi si possono in parte ripercorrere attraverso il personalissimo e blasonato album fotografico che la “contessa di Cinecittà” (così la chiamavano i rotocalchi dei primi anni Settanta, quando si occupava di produzioni cinematografiche) espone settimana prossima a Roma, all’Accademia di Francia, nelle gallerie di Villa Medici, in una mostra dal titolo “Scritti e scatti”.

Già, perché fra i tanti interessi di donna Marina c’è stata, prepotente, anche la fotografia. Ma andiamo con ordine.
«Sono nata a Roma, a palazzo Volpi, al Quirinale. Come mio fratello Ascanio e mia cugina Esmeralda Ruspoli, figlia della sorella di mia madre. Sa, a quell’epoca le signore partorivano con i ginecologi a casa. Ho avuto un’infanzia molto mobile, nomade».

In parte c’entra anche la Libia.
«Ho abitato molto lì. Mia nonna Volpi, la moglie del governatore, si era innamorata della Tripolitania. Quando nel 1925 il nonno, lasciato a Italo Balbo il mandato di governatore, rientrò in Italia per assumere l’incarico di ministro delle Finanze, comperarono una casa che era stata dei Senussi, la famiglia regnante. Era una casa unica, del settecento, appena fuori Tripoli in una piccola oasi. E questa casa la ereditò mia madre. Ci teneva moltissimo. Pensi che subito dopo la guerra fu occupata dal governatore inglese che la dipinse tutta di rosa; quando mia madre ne tornò in possesso, le venne un mezzo infarto».

I ricordi di Marina sono vividi come le sue fotografie fortunosamente recuperate da cassetti, album, buste sparse per la casa e riportate ad antichi splendori dalla tecnologia digitale e dalla certosina pazienza di un giovane fotografo modenese. Come l’istantanea spaesata di sir Cecil Beaton, fotografo habitué della corte d’Inghilterra, ritratto in veste di turista di rara eleganza, completo di lino bianco e cappello sulle ventitrè, fra le rovine assetate di Leptis Magna.
«Io non ho nessun archivio. Per un po’ di tempo ho messo le foto in degli album, poi quando ho cominciato a fare cinema le buttavo direttamente nei cassetti. Negativi? Per carità. Sa, a dire il vero non avevo mai preso sul serio questo mio coté fotografico».

Ma non aveva anche frequentato una scuola di fotografia?
«La storia è lunga».

Be’, abbiamo tempo. E il racconto riparte da Venezia, da quel Festival del cinema inventato e voluto nel 1932 proprio da nonno Volpi . È proprio a Venezia, al “suo” Festival che Marina incontra David Selznick, il produttore di Via col vento e King Kong, arrivato in laguna per promuovere un film della neo moglie Jennifer Jones. Marina è allora una ragazzina quindicenne, si conoscono sulla spiaggia del Lido fra chaises longues e ombrelloni, parlano di cinema, si scambiano opinioni. Passa un po’ di tempo e Marina va a studiare letteratura negli Stati Uniti, nell’esclusivo Sarah Lawrence College, dove fra i suoi insegnanti avrà anche la scrittrice Marguerite Yourcenar che proprio allora aveva pubblicato Le memorie di Adriano. Al college Marina si trova a dividere la camera con Barbara Warner, figlia del produttore Jack Warner. Diventano amiche e per le feste di Pasqua è invitata a Los Angeles, ospite nella splendida casa sulla spiaggia di Malibu, oggi di proprietà di David Geffen. Insomma, a casa dei Warner le si aprono le porte di Hollywood.
«La madre di Barbara era una donna speciale: viveva praticamente a letto, ma riceveva molto. Mi diceva: domani sera abbiamo un party, chi vuoi come accompagnatore? Marlon Brando o Montgomery Clift? Ero al settimo cielo. Come si può intuire alla fine delle vacanze di Pasqua mi guardai bene dal rientrare a Bronxville, al college».

E siccome all’epoca le comunicazioni non erano tanto facili i genitori di Marina seppero di quest’alzata di testa solo un bel po’ più tardi, e solo perché informati dalla segreteria della scuola.Apriti cielo.
«Mia madre mi raggiunse a New York, arrabbiatissima. Io fui irremovibile, dissi che non sarei tornata al Sarah Lawrence e che se dovevo restare a New York avrei frequentato una scuola di fotografia».

Ecco dunque da dove arriva l’interesse per la fotografia. Un rapido sorriso ironico.
«Sì, ma il fatto è che di quella scuola non mi ricordo praticamente nulla anche perché la tecnica fotografica non mi interessa granchè. Ma mi divertii molto, avevo un sacco di ragazzi. E poi era tornato David Selznick che aveva finito il film Stazione Termini con Jennifer Jones e Montgomery Clift con cui divenni molto amica: abitava in un minuscolo appartamento fornito di branda e costellato da centinaia di libri».

Comunque sia, è grazie a quella scuola di fotografia che oggi possiamo rivivere l’atmosfera charmant di un’età altrettanto irripetibile.
«Queste fotografie sono ben più che semplici istantanee», scrive lo stilista Calvin Klein nell’introduzione al catalogo della mostra (Electa).

«Sono spontanee, naturali, intime, ci offrono l’accesso a un mondo rarefatto che vediamo attraverso l’elegante sguardo di Marina, dandoci la sensazione di avere la stessa intimità e confidenza che aveva lei con quelle immense icone».

A proposito di Calvin Klein, lui racconta anche di un divertente episodio culinario avvento a Aspen, questo vuol dire che lei è una grande cuoca?
«Per carità, io non cucino. Era Florinda che stava cuocendo gli spaghetti».

La Florinda che cucinava gli spaghetti è Florinda Soares Bulcao, l’attrice brasiliana che è stata per 21 anni compagna di vita di Marina Cicogna - fu lei a consigliarle di cambiare il nome in Bolkan perché suonava meglio sui cartelloni del cinema - e che appare ritratta accanto a una statua in Cambogia di cui imita la posa, in uno dei più bei scatti presenti alla mostra. Florinda fu, insieme a Helmut Berger, una delle prime e fortunate scoperte di Marina, subito lanciata nell’empireo cinematografico da Luchino Visconti che, in villeggiatura ad Ischia, improvvisò per lei un provino durato tre giorni e le offrì una parte in La caduta degli dei. Nel frattempo Florinda girava a raffica un film dietro l’altro tutte pellicole più o meno fortunate distribuite dalla Euro International Film, la società rilevata dai “Fratelli Lumière”, come erano soprannominati Marina Cicogna e il fratello Ascanio - detto Bino, scomparso anni più tardi in circostanze tragiche.

«Già, la mia è stata una vita sbilanciata, segnata da fratture molto importanti. La morte di mio fratello e di Isabella Rizzoli: per me era come una figlia. Ci sono cose pesanti nella mia vita». Pausa. «All’epoca ero considerata trasgressiva, ma non amo parlare di cosa ho fatto, di chi sono le persone importanti della mia vita. Ci sono delle persone con cui uno passa dei periodi di vita importanti, altre che invece entrano e escono velocemente». Di persone ne sono passate nella vita di Marina. Basta dare un’occhiata alle foto della mostra, punta dell’iceberg di una vita, ai nomi: Aristotele Onassis, Jacqueline Kennedy, Maria Callas, Greta Garbo, Gunther Sachs, Yul Brinner, Alberto e Paola di Liegi, Nicky de SaintPhalle, Bernardo Bertolucci, Brigitte Bardot con agnellino, Jeanne Moreau, Elizabeth Taylor, Silvana Mangano ritratta con la borsa dell’acqua calda, Alain Delon (con cui Marina ha avuto una pur breve storia), il re dei playboy Porfirio Rubirosa. Di ognuno di loro potrebbe raccontare storie su storie. Molti hanno avuto a che fare con il suo lavoro di produttrice dal fiuto sorprendente. Basti pensare ad alcuni dei più famosi film dell’epoca: da Metti una sera a cena, a Il medico della mutua, a C’era una volta il West, tutti prodotti da lei. O a film come Bella di giorno, che lanciò una sconosciuta Catherine Deneuve. Il cinema, in un modo o nell’altro, doveva essere nel patrimonio genetico di famiglia. Marina cominciò a lavorare professionalmente nel cinema abbastanza tardi anche se, da sempre, come abbiamo visto, in un modo o nell’altro frequentava quel mondo. «Ricordo di aver viaggiato a New York con Fellini e Rizzoli per andare a presentare Giulietta degli spiriti e fare per loro le pubbliche relazioni».

E quando non frequentava quel mondo si immergeva per ore nelle allora fumose sale di proiezione.
«Mia madre e mia zia avevano investito dei soldi in una quota nell’Euro International Film e mi dissero: tu che ne intendi di cinema, suggeriscici cosa distribuire. La prima cosa che feci fu comprare L’uomo del banco dei pegni».

Andò bene e cominciò l’avventura. Avventura che, per raccontarla, anche per sommi capi, non basterebbero le pagine di questo giornale. Prima di lasciarla agli ultimi ritocchi al catalogo della mostra, un’ultima curiosità: chi manca alla sua collezioni di immagini, di incontri?
«Madre Teresa di Calcutta. Gianni Agnelli mi raccontò che l’aveva conosciuta a un pranzo, era stato seduto accanto a lei e aveva scoperto che era una donna simpaticissima. Di grande umanità. Come diceva lui: “di un divertimento folle”. Mi sarebbe proprio piaciuto conoscerla».

Una volta ha detto che non fosse Marina Cicogna le sarebbe piaciuto essere Margaret Thatcher. Davvero?
«Be’ avrei voluto essere una di quelle donne che hanno avuto una grande influenza sulla nostra epoca. Margaret Thatcher è una di quelle. Io non sono conservatrice come lei. Anche se, da piccola, mia zia mi diceva che ero reazionaria e retrograda».

Reazionaria e retrogada?
«Già. Appunto».

L’articolo completo è pubblicato sul n 22 di A

Di Claudio Castellacci  27 Maggio 2009
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