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Andy Garcia: "Fate l'amore, non leggete le mail"

“Siamo schiavi dei cellulari, ci hanno tolto la privacy e la pace”. Arriva in Italia il suo film City Island, e l'attore svela due o tre cose che fanno male alla famiglia. Da A

Andy Garcia: Fate l'amore, non leggete le mail

«Telefonini, Internet, le mail che si leggono sul BlackBerry, anche amoreggiando o lavorando, hanno cambiato in peggio la vita delle famiglie. Non c’è più pace, non c’è più privacy, non ci sono più pranzi e picnic senza telefonini con camera incorporata e mail da consultare subito e dovunque: non puoi più decidere quando e come vuoi comunicare con gli altri. Sei ostaggio, anche la famiglia è prigioniera dei mezzi di comunicazione. Nel bene e nel male, la dinamica amorosa e l’intimità sono cambiate».

Musicista appassionato ma anche ballerino provetto, oltre che attore, produttore e regista, Garcia sta cercando di portare a termine Hemingway & Fuentes, con Anthony Hopkins nei panni del primo e scegliendo per sé il ruolo del capitano Fuentes, che ispirò il pescatore Santiago del romanzo Il vecchio e il mare.

Intanto arriva City Island (in questi giorni nelle sale) diretto da Raymond De Felitta. Qui l’attore, nei panni di Vince Rizzo, ha recitato anche al fianco di sua figlia, Dominik Garcia-Lorido.

Ecco che ritorna la famiglia. Trent’anni di stabile matrimonio non sono una cosa da poco a Hollywood.
«Da quando i miei, nel 1961, lasciarono la Cuba di Castro senza nulla di nulla, ho avuto una vita di alti e bassi. Ma gli affetti sono stati e sono ancora tutto per me. La mamma ci raccontava sempre che, quando arrivò a Miami, si fece prestare una monetina da dieci cent per telefonare a un parente: “Siamo arrivati, aiutaci”. Ho fatto i lavori più umili, ma recitare era, resta, la mia passione. E negli “up and down” della carriera, talvolta ho ricordato con un sorriso ciò che diceva mio padre: “Ma come puoi pensare di vivere facendo le imitazioni di Clark Gable?”. L’ho fatto, è stato possibile».

Nella confusione e nella precarietà dello star system, qual è il segreto della sua tranquillità?
«Pensare sempre che nulla e nessun successo ti può arricchire e appassionare come condividere la tua vita con le persone che ami e con quelle che hai messo al mondo». Affascinante, virile, coerente nelle scelte e anche in quelle più eclettiche, Garcia non ha dubbi sul legame profondo con la moglie Marivi: «È stata la colonna portante, dietro le quinte, dei miei successi. Ha smussato ogni mia inquietudine o insoddisfazione. E mi ha sopportato, e sopporta ancora, quando a casa sfogo la mia passione per la musica suonando a ogni ora il pianoforte e il tamburo».

La sua vita privata è davvero privata, in tempi in cui tutti raccontano anche i loro legami più intimi. Cosa pensa di questo costume o malcostume diventato ormai una regola?
«Sono una persona riservata, ma posso svelare molti miei segreti, e lo faccio sempre, recitando. Deve essere il corpo o l’anima del tuo lavoro a parlare per te, ma tutti, politici, giudici, banchieri, atleti, sembrano essersi scordati di questa severa verità.».

Cosa ricorda dei primi sogni d’attore?
«Vivevamo a Miami Beach, in un piccolo appartamento, dove guardavo in tv i vecchi e grandi film di Hollywood e sentivo che le aspirazioni si mescolavano alla condizione di esule. Ogni cubano, dovunque vada, ricostruisce Cuba dentro sé. I sogni possono anche fare male, ma restano tali per sempre, se li hai posseduti e li sai ricreare. “Born in Cuba, always Cuban”».

Se fosse rimasto a Cuba la sua vita sarebbe stata diversa.
«C’è chi, romanticamente, pensa a Cuba come a un luogo ideale dove tutti hanno medicine, istruzione, uguaglianza. Io non la penso così. Le idee iniziali di Castro, come quella di riportare la democrazia nel mio meraviglioso Paese, sono state tradite. Ci voleva più coraggio ad andarsene che a restare. Grazie a quella fuga, ho avuto l’autentica libertà di diventare un attore e di dire sempre quello che penso e sento».

Ogni libertà ha un prezzo...
«Senza libertà non si va da nessuna parte: mia moglie ed io abbiamo insegnato questo ai nostri figli». Per leggere l’intervista A n. 27 pag. 54

 01 Luglio 2010
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