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Chanel
Da Mademoiselle Coco a Karl Lagerfeld, lo stile che non passa
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“La moda passa, lo stile resta”. Di lei, oltre a questa boutade, è rimasto - immortale - il profilo: sigaretta in bocca e immancabile filo di perle. E il soprannome, naturalmente: Mademoiselle Coco. Chanel, da decenni, è un altro modo per dire Donna. Una donna nuova, autoironica e raffinata, signora bon ton ma nello stesso tempo anticonformista. Capace di incarnare l’essenza del femminile e di giocare con i cliché da uomo. Del resto, chi ha ricreato Eva, di maschile aveva la grinta e il carisma. Costruiti passo dopo passo, partendo dalla periferia e dalla povertà. Gabrielle Bonheur Chanel nasce nel 1883 a Saumur, nel sud della Francia, a dodici anni rimane orfana di madre e il padre la abbandona. Dopo un periodo dalle zie, entra in orfanotrofio, dove passa la sua adolescenza. Lì impara a cucire, le suore le trovano un lavoro come cucitrice. Ma Coco, già ribelle e scalpitante, sogna di fare la cantante di cabaret. Non le riuscirà: il mondo della musica ha barattato una mediocre chanteuse con una stella della moda. Proprio nell’ambiente del cabaret, conosce Etienne Balsan, che diventa suo amante e finanziatore: si sposta, quindi, a Parigi dove, nel 1913, apre un negozio di cappelli. È la sua prima rivoluzione estetica: rinnega i voluminosi copricapo della bella epoque – chiedendosi “come fa un cervello a funzionare con sopra quella roba?” - e lancia i suoi cappelli a cloche. Sempre grazie all’aiuto di Balsan, nel giro di un anno avvia una boutique di abbigliamento a Parigi e una a Deauville. Ma il debutto ufficiale arriva nel 1916 con l’inaugurazione di un salone di alta moda a Biarritz.
Inizia così la leggenda della Maison Chanel e della storica sede parigina di rue de Cambon n.31. Una leggenda costellata da numeri magici, a cominciare dal mitico N°5 e dalla 2.55. Il primo, lanciato nel 1923, è diventato “il” profumo: il nome deriva, semplicemente, dall’ordine in cui Coco testò le varie proposte di fragranza. E scelse la 5, appunto. Una cascata dorata senza tempo, nel suo flacone Art Decò, degno di essere esposto al Museo di Arte Moderna di New York. Fu, inoltre, il primo profumo a prendere il nome dal suo stilista. Ma la sua fama epica la deve anche a Marylin Monroe, che confessò di andare a letto “vestita” solo da qualche goccia di Chanel N°5. La 2.55, invece, è la famosa borsa in pelle a tracolla con catena dorata. Creata nel febbraio del 1955 (e battezzata con la sua data di nascita, 2.55), diventò presto un cult. A questi due pezzi, nell’immaginario album di famiglia della maison Chanel, vanno aggiunti la “petite robe noire” (del 1926), il sandalo bicolore a punta chiusa e aperto sul tallone (del 1971), il tailleur in tweed, il jersey, la camelia, il filo di perle e le lunghe catene dorate. L’attenzione per il dettaglio e gli accessori (i cappelli, soprattutto, vero contrassegno dello stile Chanel) e la nobilitazione della bigiotteria sono una costante nella vita della griffe. Una storia di alti e bassi, in parallelo alla movimentata esistenza di Mademoiselle Coco. La crisi della seconda guerra mondiale la porta a chiudere la Maison nel 1939 e a rifugiarsi a Vichy prima e in Svizzera poi. Si vocifera delle sue simpatie filonaziste e persino una liason con l’ufficiale nazista Hans Gunther von Dincklage. Il capitolo degli amori è altrettanto denso quanto quello della griffe. La fine della relazione con il duca di Westminster è racchiusa in una massima tranchant che rivela tutto il femminismo ante-litteram di Coco: “Ci sono state diverse duchesse di Westminster, c’è solo una Chanel”. Per non parlare delle amicizie mondane e delle sue frequentazioni nel panorama artistico-culturale (Picasso, Strawinsky, Cocteau) che ne hanno fatto un “personaggio”. Al punto da essere corteggiata di continuo da Hollywood.
Fu indubbiamente una protagonista degli anni ’30, ma seppe imporsi sulla scena anche vent’anni dopo, capace di rinascere dalle proprie ceneri come un’araba fenice: dopo la chiusura del 1939 e l’esilio, Coco ha avuto il coraggio di tornare sul mercato nel 1954, all’età di 71 anni. Molte sue creazioni celebri hanno visto la luce proprio in questa seconda fase della carriera: le borse matelassé con le iniziali CC e i tailleur bon ton indossati da Jackie Kennedy. È ricordata come una pioniera della moda à la garçonne, ha regalato alle donne tagli e tessuti comodi come il jersey per gli ampi golf e i cardigan (l’uso della maglia lavorata a mano, poi confezionata industrialmente, rimane una delle novità più incisive) e ha dato nuova verve a colori classici come nero, bianco e beige. Il numero 5, il cappellino, il filo di perle e il tessuto matelassé sono diventati simboli dello stile Chanel, al punto da essere racchiusi nella moneta d'oro coniata in Francia nel 2008 per celebrare il 125° anniversario della nascita della stilista. Tutte eredità di stile lasciate prima ai suoi assistenti (che nel 1978 introducono il prêt-à-porter) e poi, indirettamente, a Karl Lagerfeld, che dal 1983 è direttore creativo della Maison. Oggi il “Kaiser della moda” segue la filosofia "Non troppo rispetto e un po' di humor sono indispensabili per far sopravvivere una leggenda". E Mademoiselle Coco certamente lo è. Prima di morire, il 10 gennaio ’71, in una stanza dell’Hotel Ritz di Parigi, già lei sapeva che i posteri l’avrebbero considerata tale. Del resto, alla storia della moda, ha trasmesso il suo credo: “Per essere insostituibili bisogna essere diversi”.
A maggio 2009 è uscito nelle sale "Coco avant Chanel", il film che racconta gli anni difficili della vita della stilista, prima di essere consascrata al successo internazionale. Per interpretare Coco sullo schermo è stata scelta l'attrice francese Audrey Tautou, protagonista anche dell'ultimo spot di Chanel N°5 per la regia di Jean-Pierre Jeunet.
Mari Mollica
























