
Richard Gere
Niente da fare. Lo prometti a te stessa, di non citare
American Gigolò. Ma, anche se quello che ti ritrovi di fronte è un
sessantenne distinto con i capelli bianchi e al polso il rosario buddista, basta un secondo perché scatti in automatico la memoria involontaria di quella rivelazione a torso nudo davanti a un armadio con camicie tutte uguali, poi dentro a una cabrio extralusso, e fuori campo la voce di Blondie che cantava
Call me.
Richard Gere ostenta una tale
serenità da fare quasi rabbia.
Prepara due tazze di tè verde prima di sedersi, si muove piano e parla con la voce pacata di un predicatore in pace con sé e con il mondo. Quasi indifferente alle domande su
Amelia, dove impersona il marito di
Hilary Swank, bisogna arrivare a quelle sull’altro suo film
Hachiko, al cinema a Natale, per assistere a qualche accenno di commozione.
Amelia Earhart non le piace?
«Be’, c’erano donne più interessanti a quei tempi. Eleanor Roosevelt per esempio, che lottò tutta la vita per i diritti civili».
Neppure il volo la affascina?
«Alcuni anni fa mia moglie cercò di convincermi a prendere il brevetto, ma non sono mai andato a una lezione. Non ho problemi a volare, se devo; ma l’altezza non mi piace, preferisco stare a terra».
All’anteprima di Hachiko perfino i cinefili più snob si soffiavano il naso cercando di non farsi sentire. Perché una storia sull’amore tra cane e padrone ci fa piangere e, per esempio, un film di guerra dove muore un sacco di gente no?
«Perché risveglia emozioni delicate: crescendo ci costruiamo una corazza per tenerle lontane e non essere vulnerabili. Hachiko è un film su lealtà, fiducia nell’amore, accettazione».
Alcuni spettatori uscivano dalla sala dicendo: «Che bello, ho pianto». Che cosa c’è di bello nelle lacrime?
«Il mondo cospira per tagliarci fuori dai sogni. Ci adagiamo nella routine, ci inventiamo aspettative, e questo blocca il naturale flusso dei sentimenti. Per questo ci piace provare emozioni davanti a un film, che sia ridere o piangere».
Lei ha detto che il Nobel per la Pace è stato assegnato a Obama non per quello che ha fatto, ma per quello che rappresenta. Non le sembra un po’ strana come motivazione?
«Certo che è strana. Ma Obama almeno è stato capace di articolare una visione positiva del futuro. Ha toccato qualcosa negli americani che hanno detto: “Basta guerre, basta con questa idea sbagliata che diventando più ricchi degli altri si diventa anche più sicuri; vogliamo un pensiero più ampio, visionario”. Un presidente che parla di includere, anziché escludere, il resto del mondo, è un passo avanti rispetto al “Fuck you, ti bombardo” da cui sostanzialmente venivamo; è la direzione verso cui andare per sopravvivere».
Ora mi perdoni ma dovrei tornare a temi più futili. Lei è famoso ovunque per il suo impegno a favore del Tibet e per i suoi tanti film ma qui in Italia, prima che a tutto il resto, pensiamo ad American Gigolò. Anche per lei significa qualcosa di speciale?
«È il motivo a causa del quale mia moglie mi prende sempre in giro per il mio terribile francese (nella scena in cui abborda Lauren Hutton, ndr). Ed è stato il film della svolta. Prima di quello ero stato protagonista soltanto in
I giorni del cielo, premiato ai festival ma non dal pubblico. Non avevo mai sentito nominare Armani e giravo in moto con una giacca di pelle».
Lei ha lavorato con tante attrici bellissime. Con chi si è trovato meglio?
«Non rispondo mai a questo, anche se me lo chiedono sempre. Una volta sono andato fra i sandinisti, ero entusiasta, pensavo: “Finalmente, vedrò da vicino la rivoluzione”. Appena arrivai, le prime domande furono: “Quanto guadagni?” e “Sei stato a letto con tutte le donne con cui hai lavorato?”. Il mondo è tutto uguale».
Quando ha cominciato questo mestiere pensava che a sessant’anni avrebbe ancora fatto l’attore?
«Certo che no, non riuscivo a immaginare nemmeno che cosa avrei fatto l’anno dopo. Ma più invecchi e più il tempo passa in fretta. Se penso a mia moglie... Siamo insieme da 14 anni. Ed è sembrato un attimo».
Da “Io donna”, 7-13 novembre 2009
Anna Maria Speroni06 Novembre 2009