Due coetanei entrambi di Roma.
Jovanotti è del settembre ’66,
Muccino del maggio ’67. J.: «Quando chiacchiero con Gabriele mi sembra di conoscerlo da sempre. Parliamo per ore, isolandoci da tutti e da tutto. Siamo cresciuti divisi solo dalla basilica di San Pietro. Lui è di Prati, è solo un po’ più borghese di me. Io sono di via Gregorio VII, figlio di impiegati. Siamo più che fratelli, sembriamo gemelli».
Da Teheran a Parigi. Girato il video di
Baciami ancora, Gabriele e Lorenzo hanno festeggiato insieme il capodanno del 2010.
A quarant’anni siete uomini, non più ragazzi che fanno le ore piccole.
M.: «S’inizia a fare i bilanci e si pensa a vivere sul serio. C’è la meraviglia di esserci. La vita è complicata ma si comprende quanto la fatica sia stata ripagata. Si tende ad ascoltare più che a parlare, a osservare quello che c’è, più che a guardare quello che non c’è. Oggi non sono più cinico e pessimista come ai tempi di
Ricordati di me. E nemmeno irrisolto come quando ho girato L’ultimo bacio: oggi non lo farei più. Sono più sereno e penso ad altre cose, quelle che insegni ai tuoi figli».
J.: «I genetisti dicono che i quarantenni di oggi sono come i trentenni di una volta. Così possiamo aspirare a campare almeno cent’anni. Io sono un ragazzo che si rinnova continuamente. Però è vero: a quest’età il destino della giovinezza si compie per intero. Se penso a mio padre quando aveva quarant’anni vedo un uomo non un ragazzo».
La vostra generazione è stata spesso accusata di essere troppo individualista.
M.: «Io sono sempre stato uno fuori dal coro, sin dal liceo. Il crollo delle ideologie ha lasciato il posto all’individualismo. Io ho sempre creduto in me stesso e nelle mie risorse. E credo in tutti quelli che hanno talento. Per questo motivo sento la vita di Lorenzo simile, vicina alla mia. E sono convinto che tutto ciò sia un dato positivo in un paese schiacciato dalla rassegnazione e dal fatalismo».
J.: «Gabriele ha ragione. L’individualismo può essere vissuto come un valore. Se costruisci un progetto che può fare bene ad altri progetti non è egoismo, non significa fregarsene degli altri. Chi ha investito su stesso l’ha scampata. Da bambini e da ragazzi abbiamo conosciuto il fenomeno del terrorismo: da allora non ne voglio sapere di mettermi sotto questo o quello stendardo ideologico. Diffido di tutti quelli che usano il “noi” in modo retorico».
Tentazioni di andarsene?
M.: «No. La politica passa, anche se pensando al futuro dei miei figli mi sento angosciato. Sono stato a lungo negli Stati Uniti e ho percepito una inquietante nevrosi di fondo. Non ho mai visto tanti psicofarmaci in vita mia. Trovo Roma ancora bella. Quando si viene da fuori la si apprezza ancora di più. Però è una città che non crede in se stessa. Se penso ai tubi Innocenti che da trent’anni sono il vestito del Colosseo…».
J.: «Negli Stati Uniti gli psicofarmaci sono l’altra faccia del sogno americano. Lì la vita è meno garantita, prendono degli antidolorifici che stenderebbero un cavallo. In Italia c’è ancora un sacco di gente in gamba, che non si lascia abbindolare».
Per leggere l’intervista completa: A n. 4 pag. 24
Fabrizio d’Esposito.21 Gennaio 2010
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