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Il Tibet? Non è stata un’invasione, ma una liberazione

Pechino contrattacca: il 28 marzo si celebra una nuova festa, quella degli schiavi (tibetani) liberati. Perché, sostiene, 50 anni fa la Cina non invase la patria del Dalai Lama

Foto Simone Donati, da Io donna

Pechino prova a rispondere al peregrinare sorridente del Dalai Lama, alla militanza dello charme.
Lo fa con i suoi strumenti, con l’apparato mediatico di un Paese che ha bisogno di sostenere il suo ruolo globale con un’immagine rassicurante.
Così la storia del Tibet va raccontata da capo.

Per il potere comunista diventa un’epopea di servi della gleba e monaci vessatori, di eserciti liberatori e di progresso portati da Pechino. E la fine dell’insurrezione anti-cinese del 1959 si trasforma in un evento memorabile non tanto per la fuga in India del Dalai Lama ma per l’abolizione della schiavitù. La questione tibetana aleggia tra gli anniversari che punteggiano il 2009 e rendono inquieta la Cina.

In marzo sarà passato un anno dai disordini pre-olimpici di Lhasa e sarà trascorso mezzo secolo dalla normalizzazione del Tibet.
Quasi per esorcizzare la carica potenzialmente eversiva di quest’ultimo evento, il governo ha istituto una festività pubblicaprima inesistente. Il 28 marzo si celebreranno gli schiavi liberati, la fine di quello che la stampa ufficiale ha definito "un ciclo di servitù". Di fronte alle seduzioni hollywoodiane degli amici del Dalai Lama, Pechino contrattacca esaltando le sue conquiste.
Parlano i redenti.

Come Kerong, 83 anni, che a 15 venne obbligato a lavorare gratuitamente nel monastero di Drepung: «Ero troppo giovane e debole anche solo per sollevare uno dei mestoli usati per mescolare il tè, non ce la facevo proprio. Ma ogni volta che non riuscivo a fare quello che mi chiedevano» ha raccontato al "China Daily"«mi prendevano a bastonate, ogni santo giorno. In questo modo hanno fatto di me, a forza, un Tralpa», ovvero un appartenente a una delle castedi servi.

«Era il mio destino».

A Kerong, solo la riforma democratica ha cambiato la vita. Il Tibet è un campo di battaglia dove cozzano opposte ricostruzioni della storia.

Marco Del Corona




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