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Michele Emiliano: "Il futuro leader del Pd? Somiglia a Berlusconi (o a me)"

Il neo ri-eletto sindaco di Bari per il Pd, traccia l'identikit del futuro candidato premier del centrosinistra. Da A

Michele Emiliano: Il futuro leader del Pd? Somiglia a Berlusconi (o a me)
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Michele Emiliano ha un senso epidermico della politica. Più che stringere mani, con gli elettori cerca il contatto. Lui bacia e abbraccia, «perché ho un senso fisico della vita» dice «Io e mio padre ci siamo sempre abbracciati; i miei figli li bacio pubblicamente, eppure il più grande è quasi un uomo».

Neo rieletto sindaco di Bari, città al centro di inchieste giudiziarie su escort e tangenti, e segretario regionale del Pd, Emiliano è un outsider.

Giudice antimafia in una prima vita, oggi, nella seconda, interpreta un modello politico popolar-populistico, un po’ Bossi e un po’ Di Pietro.
Sebbene da entrambi prenda nettamente le distanze. «Di Pietro mi è simpatico, però la violenza verbale non l’ho mai praticata. Quanto a Bossi, io sono italiano e pretendo di essere considerato tale. Mio nonno ha fatto tre guerre. Per il mio Paese sarei disposto a morire».

Bossi no?
«Bossi non è disposto a morire per nessuno, questo è evidente».

Antisnob per tradizione e vocazione, tempo fa ha marcato la distanza anche dalla sinistra intellettuale definendola «sinistra al cachemire» («battuta audace, me ne dispiace»): i radical-chic, avvolti nei loro filosofici golf, ci restarono molto male, in effetti. Adesso, che è più conciliante, lavora col governatore Nichi Vendola a un esperimento di ardite alleanze: «Proviamo a mettere insieme il Pd con l’Udc, con Sinistra e Libertà e con la destra scontenta del Pdl».

Una specie di grande movimento meridionalista.
«È un nuovo modello di governo che assume come pilastro l’anticomunismo, che parte dal Sud ma che mettiamo a disposizione del Paese. Potrebbe ispirare una nuova Italia».

Non starà pensando di diventare il nuovo leader massimo della sinistra?
«Se uno dice a un calciatore: vuoi giocare in nazionale? Il calciatore che fa, dice no, non voglio giocare?».

Ambizioso. Mai fatto gaffe con i leader del partito?
«Certo. Ero stato appena eletto sindaco, la prima volta, e andai in collegamento a Porta a Porta. La mia lista civica aveva preso il 20% dei voti, il doppio dei Ds, e in studio c’era Fassino. Vespa, vedendo la mia mole, mi chiese: lei è più alto di Fassino? E io: no, sono più pesante. I Ds se la presero moltissimo».

Ma quanto pesa, si può dire?
«Centoventi chili».

Berlusconi l’avrebbe già spedita in una spa.
«E io l’avrei preso in braccio e me lo sarei portato dietro. Quando giocavo a basket sollevavo compagni di squadra alti e grossi così, con il premier sarebbe una passeggiata».

Ma che effetto fa essere sindaco della città più gossippata d’Italia?
«Bari è soltanto il luogo casualmente eletto da questa vicenda come origine del pasticcio».

Dai resoconti, pare fosse una specie di centro migratorio di belle ragazze.
«Mai avrei pensato all’esistenza di un meccanismo così organizzato, onestamente».

Sul presidente del Consiglio, lei ha mantenuto una posizione piuttosto defilata.
«Ciò che la gente fa nella vita privata non deve interessare gli altri, salvo che i fatti arrivino a un livello di tale incompatibilità col senso comune da sconfinare nell’immoralità pubblica».

E c’è stato sconfinamento, in questo caso?
«Sono solo il sindaco di Bari, non sta a me dirlo. Dico però che Berlusconi non ha mai nascosto il suo modo di essere, ragione per cui non è nemmeno ricattabile».

I suoi colleghi di partito, invece, non hanno risparmiato critiche dure al premier.
«Sbagliano. Non è così che bisogna incalzare Berlusconi».

Come, allora?
«Avendo un’idea sul futuro della società, ma io ho l’impressione che il Pd non ce l’abbia ancora questa idea».

E poi?
«Su quello che Berlusconi non riesce a fare. Il sindaco dell’Aquila è in piazza con i suoi cittadini perché è incazzato nero per come il governo sta gestendo la vicenda del terremoto. E il Pd dove sta?».

A preparare il congresso?
«Eh no, non va bene così».

Lei crede che la sinistra abbia superato la diffidenza nei suoi confronti, in quanto ex magistrato?
«No. Nel centrosinistra essere un magistrato è un problema. In politica, lo è».

In più, lei è il magistrato dell’inchiesta Missione Arcobaleno.
«Durante la campagna elettorale del 2001, ho interrogato il gotha di quello che oggi è il Partito democratico. Senza fughe di notizie però, questo bisogna riconoscermelo».

E adesso, quando vi incontrate alle riunioni di partito, nessuna frizione?
«È un fatto superato. Se fosse successo con il presidente del Consiglio, probabilmente mi avrebbe dato la caccia per tutta la vita. Invece, da questa parte un po’ di sportività è rimasta».

A proposito di congresso, lei sta con Bersani.
«No. Sono in profondo disagio. Questo congresso non lo sento».

Non si riconosce in nessuna delle tre candidature, nemmeno in quella di Ignazio Marino?
«È una candidatura simpatica, ma mi pare un’avventura. Il Pd non ha bisogno di comparsate. Non puoi alzarti la mattina e dire: oggi quasi quasi mi candido alla guida del Partito democratico».

E le prime due?
«Deboli, perché sono quelle scontate. Non c’è preparazione dietro Bersani e Franceschini, perché non c’è stato il tempo, c’è solo un regolamento di conti. La cosa migliore sarebbe azzerare il congresso e rinviarlo di un anno».

Provi a tracciare l’identikit del candidato premier del centrosinistra che tra quattro anni dovrà sfidare quello del centrodestra.
«Un uomo che abbia costruito la sua leadership nella vita comune, come Berlusconi. Una persona grata alla parte progressista del Paese, ma che abbia dimostrato di saper fare anche altro dalla politica. È inimmaginabile che gli italiani scelgano come premier uno che ha vissuto tutta la vita in uno schema di partito, non lo voteranno mai».

Sembra il suo ritratto.
«Ha ragione».
Paola Moscardino22 Luglio 2009




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